Costellazione della Vergine
Citazione tratta da "Le Metamorfosi" di Ovidio - I vv. 142/150
.e fece la sua comparsa la guerra, che di ambedue si vale per combattere
e agita le armi stridenti nelle mani insanguinate.
Si vive di rapina. L'ospite deve guardarsi dall'ospite,
il suocero dal genero; perfinoi fratelli sono raramente in accordo;
il marito aspetta con ansia l'ora della morte della moglie e lei a sua
volta quella del marito;le torve matrigne compongono filtri col
livido aconito;il figlio spia impaziente il declino del padre.
Vinta e reietta è la pietà e la vergine Astrea, ultima tra gli
dei, abbandona la terra imbevuta del sangue delle stragi.
Citazione tratta da "L'arte d'amare" di Ovidio - III vv. 387/388
Ma è bene che passeggiate all'ombre pompeiane,
nell'ora in cui, nel segno della Vergine,
ai cavalli del Sole arde la testa.
Citazione tratta da "I Fasti" di Ovidio - I vv. 249/252
La scelleratezza dei mortali non aveva ancora fugato la Giustizia :
essa fu l'ultima dei celesti ad abbandonare la terra:
il pudore, invece del timore, reggeva senza violenza il popolo,
né vera fatica nel rendere giustizia ai giusti.
Citazione tratta da "Teogonia" di Esiodo - 767/774
Lì davanti, del dio degli inferi la casa sonora,
del possente Ade e della terribile Persefoneia,
s'innalza, e dinanzi un cane terribile vi fa custodia,
spietato, e possiede un'astuzia crudele: a chi entra
con la coda fa festa e con gli orecchi ad un tempo,
ma dopo non lascia uscire, anzi, spiando
divora chiunque egli sorprende che esce fuori dalla porta
del possente Ade e della terribile Persefoneia.
Citazione tratta da "Teogonia" di Esiodo - 912/914
Poi ascese il talamo di Demetra, generosa nutrice,
che partorì Persefone dalle bianche braccia; Adoneo 131 costei
rapì da sua madre: a lui la concesse Zeus prudente.
Citazione tratta da "I Fenomeni ed i Pronostici" di Arato - vv. 143/206
Sotto i due piedi del Boote puoi
osservare la Vergine , che reca
fra le mani una Spiga luminosa.
Sia la progenie di Astreo - che appunto dicono
esser l'antico genitor degli astri -
oppur di un altro, costei sembra muoversi
placidamente. Un'altra storia circola
fra gli uomini: dapprima ella viveva
sulla terra e in presenza degli umani
i suoi passi muoveva. Degli antichi,
uomini o donne, non aveva in spregio
le riunioni, ma in mezzo vi sedeva,
benchè immortale. E la chiamavan Dike.
Radunando gli anziani in una piazza
o in una via spaziosa, con ardore
gli statuti del popolo cantava.
Nata non era ancora la funesta
contesa, né il giudizio controverso,
né il disordine. Semplice era il vivere.
Dall'aspro mare si tenevan lungi
gli uomini, e il vitto ancor non lo fornivano
le navi, di lontano, bensì bovi
e aratri; e lei, signora delle genti,
Dike, dispensatrice di giustizia,
tutti i beni a migliaia procacciava.
Finchè la Terra diede nutrimento
alla progenie d'oro, fu così.
Ma con quella d'argento aveva poca
dimestichezza ormai e favorevole
del tutto più non era: rimpiangeva
le costumanze delle genti antiche.
Ma tuttavia restava ancora, al tempo
di quella schiatta argentea. Scendeva
verso sera dai monti risonanti,
sola; e a nessuno mai si rivolgeva
con parole soavi; ma, riempiti
di folla ampi rialzi del terreno,
proferiva minacce, rivolgendo
accuse alla malizia di quegli uomini
e diceva che mai più non sarebbe
ricomparsa, quand'anche la invocassero.
«Quale generazione hanno lasciata,
peggiore della loro, gli aurei padri!
E voi genererete anche di peggio!
Gli uomini avranno, siatene pur certi,
guerre e conflitti cruenti; il dolore
sopra questi malvagi incomberà.»
Detto così, cercava le montagne
e abbandonava le genti, che tutte
ancor su di lei tenevan gli occhi.
Ma allorchè pure quelli furon morti,
nacque una stirpe bronzea di uomini
più funesti di quelli precedenti.
Per primi essi foggiarono col bronzo
il pugnale malefico da viaggio,
per primi si cibarono dei buoi
che aravan le campagne. Allora Dike,
presa ad odiare la schiatta di quegli uomini,
sotto il cielo volò e prese dimora
in quella zona dove appunto appare
agli uomini tuttora nella notte
la Vergine. E la Vergine si trova
presso il visibilissimo Boote.
Citazione tratta da "Biblioteca" di Apollodoro - I, 5
Plutone 132 si innamorò di Persefone, e con la complicità di Zeus la rapì di nascosto. Ma la madre Demetra, con le fiaccole in mano, la cercò notte e giorno, peregrinando per la terra intera, finchè venne a sapere dalla gente di Ermione che Plutone l'aveva rapita. Allora, piena d'ira verso tutti gli dèi, abbandonò il cielo, si travestì da donna comune e andò a Eleusi. Appena giunta, si sedette su quella pietra che venne poi chiamata "Senza sorriso" - proprio in ricordo della sua storia - vicino al pozzo Callicoro. Poi andò da Celeo, che allora era il re di Eleusi. C'erano molte donne nella sua casa: la invitarono a sedere insieme a loro, e una vecchia, che si chiamava Lambe, con i suoi scherzi riuscì a far sorridere la dea. È questa l'origine, si dice, di tutte quelle burle irriverenti delle donne nella festa delle Tesmoforie.
Metanira, la sposa di Celeo, aveva un bambino, e lo diede da allevare a Demetra. La dea voleva renderlo immortale; così, di notte, lo gettava nel fuoco, per spogliarlo dal suo corpo mortale. Di giorno, poi, Demofonte - così si chiamava il bambino - cresceva in maniera prodigiosa: ma Metanira spiò tutta la scena, vide che il bimbo stava bruciando nel fuoco e si mise a gridare. Così Demofonte fu consumato dal fuoco, e la dea si rivelò. E a Trittolemo, figlio maggiore di Metanira, essa diede un carro guidato da draghi alati, e gli affidò il frumento, perché dall'alto del cielo lo spargesse su tutta la terra abitata. Paniassi sostiene che Trittolemo fosse figlio di Eleusi, e che proprio presso quest'ultimo la dea avesse alloggiato. Ferecide, invece, dice che era figlio di Oceano e Gea.
Zeus ordinò a Plutone di rimandare Core 133 sulla terra. Ma Plutone, perché la fanciulla non restasse troppo tempo presso la madre, le diede da mangiare un chicco di melagrana. Core, del tutto ignara delle conseguenze, lo inghiottì. Ascalafo, il figlio di Acheronte e Gorgira, la vide, e fece la spia: e Demetra gli gettò sopra un masso pesantissimo, là nell'Ade. Ma da allora Persefone deve rimanere con Plutone un terzo dell'anno, e il resto può stare insieme agli altri dèi.
Citazione tratta da "Miti" di Igino - 130
Quando il padre Libero andò a trovare gli uomini per mostrare la dolcezza e la piacevolezza dei suoi frutti, giunse presso Icario ed Erigone, che gli diedero ospitalità generosamente; il dio allora li ricompensò con un otre pieno di vino e ingiunse loro di diffonderne l'uso anche nelle altre regioni. Icario stipò un carretto e arrivò, insieme alla figlia Erigone a al cane Mera, nell'Attica, dove fece provare ai pastori quanto fosse dolce quella bevanda. Quelli però ne bevvero smodatamente e caddero a terra ubriachi; poi, credendo che Icario avesse dato loro un veleno, lo uccisero a colpi di bastone. Il cane Mera, ululando presso il padrone ucciso, guidò Erigone fino al luogo dove giaceva insepolto il padre; giunta colà, la fanciulla si impiccò a un albero sopra il suo cadavere. Per questo fatto Libero si adirò e inflisse alle figlie degli Ateniesi una pena analoga. Gli Ateniesi chiesero allora all'oracolo di Apollo ragione di ciò; il responso fu che avevano lasciato impunite le morti di Icario ed Erigone. Dopo aver ricevuto questa risposta, gli Ateniesi fecero scontare ai pastori il loro delitto e istituirono contro il diffondersi del contagio una «festa dell'altalena» in onore di Erigone; decretarono inoltre che durante la vendemmia le prime libagioni venissero dedicate a Icario ed Erigone. Padre e figlia, per volere divino, furono assunti tra le stelle; Erigone è il segno della Vergine, che noi chiamiamo giustizia, Icario tra le stelle è chiamato Arturo e il cane Mera è la Canicola 134.
Citazione tratta da "Miti" di Igino - 224
ed Erigone, sua figlia, furono pure accolti fra le stelle - l'uno nella costellazione di Arturo e l'altra in quella della Vergine;.
Citazione tratta da "Miti" di Igino - 254
.Erigone, figlia di Icario, si impiccò dopo la morte del padre.
Citazione tratta da " La Moscheide " di G. B. Lalli - V
.o discesa dal cielo e al cielo intenta
con gli occhi sempre veneranda Astrea,
fulmin del ciel che sol fere e spaventa
gente assueta al mal perversa e rea;
o del mondo tesor, face che spenta
esser non puote, immortal donna e dea;
nave, senza il cui remo e timon langue
sommerso il mondo in crudo mar di sangue;
tu dall'istesse irragionevol fiere
sei spesso (o nostro scorno!) assai gradita,
più che dall'uom rio ch'a suo potere
qual peste vil ti tien da noi sbandita;
onde anco avvien ch'un innocente pere
da la tua spada, e 'n tuo disonor s'addita
quel che non è tua colpa o della legge,
ma di chi mal la tua bilancia regge!
Note
131 Ade, il dio degli Inferi
132 Soprannome del dio degli Inferi Ade
133 Significa "Fanciulla" ed è l'altro nome di Persefone
134 Cane Maggiore